Dibattito Illuminato, Blog di Andrea Falzin

Le risposte facili accecano. Le domande giuste, illuminano.

Dibattito Illuminato racconto

IL MARE AL QUINTO PIANO

IL MARE AL QUINTO PIANO

 

Il primo odore fu di ferro caldo e freni, non di sale. Milano Centrale sputava l’aria dei treni come una bestia affannata e le sorelle si stringevano ai trolley in equilibrio sui binari del futuro. Lucia teneva le labbra serrate, Marta contava i passi tra una striscia gialla e l’altra. Taranto rimaneva nella tasca interna del giubbotto: una conchiglia bucata, due granelli di sabbia, una fotografia scattata sul ponte girevole la sera in cui avevano giurato “andiamo e torniamo, sempre”.

La prima stanza fu un quinto piano senza ascensore in Città Studi, parquet che scricchiolava come barche tirate all’asciutto. Dalla finestra si vedeva un cortile con panni appesi, un’antenna piegata, un bar dal nome presuntuoso, Oceano, che vendeva brioche ripiene di crema. La notte, tra motorini e tram, le due cercavano il mare nell’app del meteo, riproducevano suoni di onde nel telefono, ridevano. La nostalgia aveva il gusto di taralli sbriciolati sul plaid, i gomiti stretti allo stesso tavolo, i libri aperti come vele.

La domenica a pranzo la madre compariva in video con il grembiule a fiori e le mani infarinate. — Metti la semola a fontana, Marta. E tu, Lucia, smettila di guardare il cellulare. — Le orecchiette sullo schermo erano una processione lenta. La nonna da dietro passava a controllare, un’ombra gentile e severa. Il padre tossiva piano e chiedeva di vedere il balcone. — Piantateci un basilico — diceva — così lo sento da qui.

Il basilico arrivò in un vasetto di plastica insieme a un barattolo di vetro pieno d’acqua del Mar Piccolo. Il padre lo porse alla stazione di Taranto come si affida un neonato; poi le accompagnò al Frecciarossa e restò sul marciapiede finché il treno diventò un punto rosso. — Per i giorni in cui Milano vi pare lontana anche a voi — disse. L’acqua, messa sul davanzale del quinto piano, catturava il poco sole e liberava a tratti uno spiffero di alghe e ruggine. Quando il vento girava, sembrava quasi di sentire i colpi sordi delle barche contro i pali.

Gli anni di studio scivolarono in fretta come sabbia tra le dita. Lauree con coroncine storte, foto davanti al Duomo, telefonate interrotte dal rumore di un tram. Poi il primo lavoro: Lucia in uno studio di architettura vicino ai Navigli, Marta in una redazione a Porta Venezia. Diverse fermate della M2, orari sbilanciati, nuove abitudini. Il giovedì sera diventò il loro rito: “la sera del mare”. Componevano un piatto con olive nere di casa, una fetta di caciocavallo che arrivava in un pacco imbottito di carta, una frisella bagnata con l’acqua del barattolo (una goccia soltanto, superstizione e risparmio). Accendevano una candela blu. Le parole importanti si dicevano solo quel giorno, con la luce addosso e il vento che batteva la tenda come un remo.

La prima volta che le sorelle notarono la mano tremante del padre fu d’estate, ai giardini vicino al Castello Aragonese. Era una sera di maestrale, la città levigata come una conchiglia. Lui stava aprendo un sacchetto di cozze quando il coltello gli scivolò. — Ah, che è, ho perso la presa? — disse ridendo. La madre gli tolse l’arnese con un gesto che era carezza e rimprovero. Poi, abbassando la voce: — È l’età, su. — Per tutta la sera Lucia contò i passi tra le piastrelle, Marta misurò con lo sguardo la distanza tra il tavolo e la finestra. A Milano, al ritorno, misero altro basilico nel vaso come si mettono parole tra righe troppo bianche.

Le telefonate cominciarono a suonare in orari sbagliati. Una sera di novembre, 3:11 sul display, la madre: — Non vi spaventate, stiamo al pronto soccorso, papà si è sentito un po’… — La voce si spezzò, un ronzio di neon prese il suo posto. La distanza, quel mostro paziente, mostrò i denti. Lucia aprì l’app dei treni, cancellò una riunione con un messaggio secco. Marta aprì l’articolo da consegnare all’alba, vide che le parole erano tutte uguali, tutte “mare”.

— Vado io — disse Lucia, già legando i capelli.

— No, vado io, tu domani hai la presentazione. — Marta sentì il proprio cuore battere come i pali del molo. Litigarono piano, come chi sa che qualunque esito farà male. Poi il compromesso: Lucia scese la scalinata di Centrale con i passi lunghi, Marta restò, scrisse, pianse, chiamò.

L’ultima Freccia rossa era partita. Lucia prese un pullman notturno che odorava di plastica e lana bagnata. Il parabrezza tessé una ragnatela d’acqua, le luci dell’autostrada tagliarono la notte a fette. Ogni volta che l’autista spostava la mano sul cambio, Lucia pensava al coltello delle cozze. Arrivò all’alba, trovò il padre seduto su una sedia in corsia, le maniche arrotolate, un cerotto fermo sul braccio. — Niente di che — mentì. La madre gli sistemò il colletto, poi abbracciò la figlia così forte da toglierle il fiato.

Quando Marta arrivò, la sera, il basilico del quinto piano le rimase tra le dita come un’eco. In ospedale si scambiarono il giubbotto, le notizie, le colpe. — Dovevo venire io. — — Hai fatto bene a restare. — Il corridoio puzzava di cloro e, nel silenzio, si sentiva, lontano, la sirena di una nave. — Senti? — disse il padre — il mare che viene a salutarmi.

In quei giorni impararono la geografia dell’attesa: il banchetto del caffè acquoso, la sedia con la spalliera piegata, la finestra che inquadra un pezzo di cielo. Luci che accendono e spengono, porte che si aprono di poco. Conobbero un’infermiera con il nome della loro santa e una signora che raccontava di Napoli come se fosse un parente. Scoprirono che il tempo sa dilatarsi più di quanto immaginavano e che, quando si ritira, lascia maree nelle ossa. La diagnosi fu una frase breve, quasi gentile: bisogna rallentare. Il padre disse di sì con la testa, come si fa con le maree. Le sorelle compattarono la vita: un calendario a due colori, biglietti prenotati a scacchiera, “voi venite su?” “noi giù”. La madre imparò a usare i messaggi vocali e li riempì di ricette, previsioni del tempo, proverbî.

Milano, intanto, cambiava pelle. La nebbia si posava leggera sui Navigli, le biciclette correvano lasciando scie d’acqua. Lucia disegnava facciate che somigliavano a quaderni ben tenuti, Marta scriveva di città con parole che avevano sempre una valigia a fianco. A volte si perdevano, una nel lavoro fino alle due, l’altra nel sonno fino a mezzogiorno. Si cercavano, il giovedì, attorno alla candela blu. Se capitava di saltare la “sera del mare”, il barattolo restava muto per una scommessa personale: non si può pretendere di chiamare l’onda senza presentarsi.

Quando il padre cominciò a chiamare Lucia “ingegnere” e Marta “signora giornalista”, ci fu nello stesso istante orgoglio e vertigine. Era un modo goffo di dire “sono fiero” e “siete lontane”. Nell’ultimo inverno, al ponte girevole, lo presero in mezzo, una per lato. Lui raccontò di quando da ragazzi saltavano sui sassi del Mar Piccolo per non bagnarsi le scarpe e di come, ogni tanto, qualcuno scivolasse e ridevano tutti fino a farsi male. — Le scarpe si asciugano — concluse — il ridere resta. — La madre li zittì: — Sta passando la nave. — Si girarono tutti e quattro, guardando il ponte piegarsi lento. Taranto si apriva per lasciar andare, si richiudeva per tenere. Era tutta lì la faccenda.

Una mattina di marzo, al quinto piano, il barattolo si frantumò. Il gatto della vicina, intrufolatosi sul davanzale, aveva fatto la corsa sul bordo. Il vetro si ruppe in un suono sottile, l’acqua corse in fretta a cercare un angolo. Lucia e Marta rimasero immobili, come se potessero ancora salvarla. Poi si misero a ridere, persone che ridono sulla riva del disastro. — È finita — disse Marta, con un fondo di pianto. — No — disse Lucia — adesso il mare ce l’abbiamo nelle fughe. — Presero stracci, asciugarono, sentirono sotto le dita quell’odore minimo che riconosci. Il giorno dopo, al giovedì, tagliarono una fetta di limone, la posero sul piattino: un gesto per quelli che non ci sono e per quelli che ci saranno.

Il ritmo prese a funzionare. Una settimana il padre veniva su, seduto a tavola tra basilico e lavatrici, occhi lucidi al vedere la neve in tv; una settimana una di loro scendeva, portandosi dietro computer e un barattolo nuovo. Portarono i genitori in metropolitana, a sedere al posto riservato come una medaglia. La madre imparò a usare i tornelli con la decisione di chi ha impastato quintali di pane. Sul Naviglio, una domenica di sole, il padre pose la mano sulla spalla di Marta. — Senti? — — Cosa? — — Una barca che passa. — Era un tram, ma nessuno lo disse.

Gli amori arrivarono e andarono come nuvole veloci. Marta ne ebbe uno bello e breve con un ragazzo che sapeva parlare agli alberi; Lucia ne ebbe uno che si perse in una rotatoria di promesse. Di entrambi rimasero fotografie sfocate e un paio di maglioni. Le sorelle, nei giorni dei crolli, si misero le mani tra i capelli e salirono sul tetto condominiale a guardare i tetti. — Senti? — dicevano, ridendo: — Cicogne. — Erano piccioni, ma crederci bene alle cose cambia la sostanza delle cose.

L’ultima visita a Taranto prima dell’estate fu una tavola lunga sotto casa, sedie tirate fuori dal portone, cicale che battevano, un vento che pettinava gli oleandri. La madre apparecchiò con cura, mise il buon servizio, cucinò le alici ripiene come quando erano piccole. — Mangiate, mangiate, che poi risalite — diceva. Il padre raccontò di un amico che si era trasferito al Nord negli anni Settanta, di come allora sembrasse un esilio. — Voi avete portato giù il Nord e su il Sud, come valigie gemelle — disse, senza retorica, con un bicchiere a metà.

A Milano, a luglio, l’afa schiacciava i pensieri. Una sera, tornando a casa, Marta trovò Lucia seduta sul pavimento, la schiena al muro, le ginocchia alte, gli occhi in mare. — Che c’è? — — Niente — disse Lucia — ho solo paura di non stare abbastanza. — — Non c’è abbastanza — disse Marta — non c’è mai. — Scesero per le scale, senza parlare. In strada tirava una brezza leggera; odore di pioggia su cemento, qualcosa come una promessa. Camminarono fino al Naviglio, si sedettero con le gambe a penzoloni. Una barca turistica passò lenta, turisti con cappellini, risate in lingue che non conoscevano. Marta mise una mano nella tasca interna del giubbotto. La conchiglia bucata era ancora lì, il foro perfetto per vedere piccoli mondi.

— Facciamo una cosa — disse. — La chiamiamo “la corsia preferenziale”. Tu scendi senza spiegare quando senti che devi. Io coprirò tutto. Poi tocca a me. E viceversa. — Lucia annuì. Si scambiarono le chiavi di casa come si scambiano le fedi nei matrimoni laici. — E niente sensi di colpa — aggiunse Marta. — I sensi di colpa li chiudiamo fuori, sul pianerottolo, come il gatto della vicina. — Rise, e la risata fece onde nel buio.

Quando il padre ebbe un altro lieve malore, la corsia preferenziale funzionò. Lucia scese, Marta tenne la linea in città, poi si alternarono. La madre spedì audio in cui cantava stonando, il basilico fece semi e fu piantato in un vaso più grande. Il barattolo, rinato, fu trattato come un santo: nessun gatto, nessun vento.

La sera di Ferragosto, la città era un deserto di serrande. Milano vuota sapeva di piscina e ringhiere. Le sorelle apparecchiarono il rito: olive nere, frisella, candela. Non c’era nessun treno da prendere, nessun documento da inviare, nessuna notifica. C’era un telefono appoggiato a metà tavolo e, sopra, quattro facce: loro due, i genitori, un mare che si arrangiava per entrare nello schermo. — Aprite la finestra — disse il padre. Loro aprirono. Dal cortile salì un odore di sugo e basilico, dal video arrivò il fruscio del maestrale contro le tapparelle.

— Che fate, domani? — chiese la madre.

— Niente di grande — rispose Marta — domani portiamo il mare a fare un giro. — Mostrò il barattolo al telefono, e la madre fece finta di sgravarla: — Non sprecate l’acqua! — Lucia prese il barattolo, lo alzò contro la luce che moriva. Nell’acqua si riflettevano il neon della cucina, le loro due facce vicine, una rondine che tagliava il cielo tra due palazzi.

Restarono così, senza parlare, finché la candela blu non consumò l’ultimo centimetro e si spense con un soffio minuscolo. In quel buio fresco, il barattolo restò tiepido tra le mani come una cosa viva. All’orizzonte del quinto piano, una sirena lontana scivolò sulla città; per un momento, abbastanza lungo da crederci, sembrò davvero che una nave stesse passando sotto casa. Le sorelle si scambiarono un sorriso lento. Poi, quasi nello stesso istante, lasciarono andare. Il vetro posò sul tavolo con un suono pulito, il mare piccolo al proprio posto, e loro con lui.

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Imprenditore web, amministratore unico Internet Valore srl. Appassionato di cinema, comunicazione e buon cibo.

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